Perle agli squali

squaloCirca quattro mesi fa ho partecipato ad una selezione che una nota azienda aveva indetto per formare un piccolo bacino di copywriter cui attingere al bisogno.

Era necessario scrivere un testo di prova sulla base di una serie di indicazioni che venivano fornite. Veniva comunque lasciata ampia libertà di espressione.

Io scrivo un testo, poi, per avere una possibilità in più, ne scrivo un secondo, diverso. Concluso il secondo, mi viene un’illuminazione e scrivo un terzo testo con un approccio “fuori dagli schemi” e di sicuro effetto.

Non arrivandomi alcun feedback, dopo un mesetto mi faccio viva ed apprendo che ho passato la selezione e che quindi sono entrata nel novero di coloro che l’azienda contatterà per i nuovi progetti di marketing che sta mettendo in piedi.

Da quel momento in poi più nulla. Fino a pochi giorni fa quando casualmente sento alla radio uno spot della suddetta azienda che utilizza, anche se con un testo diverso, la mia idea.

Ora faccio la spola tra l’orgoglio per il dimostrato valore della mia idea e la frustrazione per il merito non riconosciuto.

Vabbe’, con questo post mi sono tolta il sassolino e amen, tanto non ci si può far nulla.

 

Backup del sito fai-da-te

backup fai da teSe volete risparmiare sul backup per il vostro sito o per quello dei vostri clienti, è possibile, con un minimo di attenzione per non combinar pasticci, evitare di pagarlo al vostro fornitore di hosting e farlo da voi.

Poiché qui non faccio altro che trasmettere quella che è la mia esperienza, mi limito alle istruzioni per chi usi WordPress quale piattaforma ed abbia cPanel come pannello di controllo.

Il salvataggio del contenuto di un sito, raccomandato prima di ogni aggiornamento, consta di due azioni: il backup del database ed il backup dei file. Si può fare anche solo quello dei file, ma sappiate che non sarebbe completo: nel caso di un blog, perdereste tutti i post pubblicati.

Ecco allora i passaggi da seguire.

1 – Database

  1. Effettuate l’accesso a cPanel (solitamente tramite il sito del vostro provider, cioè il fornitore di servizi web)
  2. Nella sezione “Database” cliccate su “Database My SQL”
  3. In alto a sinistra, cliccate su “phpMyAdmin”
  4. Fate click sulla tab (linguetta) “Database”
  5. Non preoccupatevi se non capirete nulla di quello che la pagina vi presenta, voi cliccate sulla riga che contiene la password
  6. Comandate “Seleziona tutti”
  7. In alto sulla pagina cercate “Esporta”
  8. Salvate il tutto in una nuova cartella che dovrà contenere un riferimento temporale, qualcosa come “backup_051014” oppure “sito_ottobre2014”.

2 – File

  1. Scaricatevi Filezilla
  2. Apritelo e, se non lo conoscete, rimanete calmi: non è così difficile da usare come potrebbe sembrare ad una prima occhiata
  3. Compilate i campi in alto (Host, Nome utente, Password e Porta) consultando i dati che il provider vi aveva fornito al momento dell’acquisto dei servizi web
  4. Ora sul monitor avrete a sinistra il contenuto del vostro computer (locale) e a destra l’insieme delle cartelle del vostro spazio web (remoto)
  5. Selezionate ed aprite la cartella in locale (quindi a sinistra) dove volete inserire la copia dei file (sarà la stessa dove avete già salvato il database)
  6. Nella sezione di destra individuate la cartella che si chiama “www” e, con il drag and drop (in pratica, clicca e trascina) arpionatela e depositatela a sinistra
  7. Fatto! Ora, utilizzando un programma di compressione (come WinZip o WinRar), riducete il “peso” di questa cartella e magari copiatela anche su una chiavetta.

Il Discorso di Strasburgo

MatteoRenziSì, è vero, il discorso di Renzi al Parlamento Europeo fa ridere, avrebbe dovuto prepararsi meglio o lasciare che l’interprete facesse il suo lavoro (cfr. post su nuovoeutile.it), ma bisogna apprezzare il coraggio di mettersi in gioco (Renzi ha sempre ‘sta fissazione del “metterci la faccia”) e lo scoppiettante blablabla tirato fuori per concludere il discorso, e senza arrossire!

Se da un lato m’associo a coloro che sostengono che potrebbe evitare di riempirsi la bocca con tutti quei termini inglesi che ama adoperare, visto che in realtà si tratta di una lingua che non conosce poi molto e che il vocabolario italiano è sufficientemente ricco, dall’altro plaudo al tentativo di rivolgersi ad un consesso internazionale in maniera non provinciale.

Ricordo che fino a non molti anni fa nessun esponente del governo italiano parlava inglese – credo che il primo sia stato il ministro Frattini – e agli ostacoli linguistici si sono aggiunte, negli ultimi due decenni, delle imbarazzanti cadute di stile che sicuramente non hanno fatto bene all’immagine dell’Italia nel mondo.

Uno scivolone così ci può stare, fa anche simpatia, ma speriamo convinca il Matteo ad usare di più l’italiano e meglio l’inglese.

La presentazione aziendale

StorytellingLa presentazione aziendale sul sito internet, che solitamente si trova nella pagina “Chi siamo” o “Azienda”, appare generalmente un cliché.

Ogni azienda è “leader di mercato”, offre “servizi a 360°” o prodotti “top di gamma” ed è fondata o composta da “professionisti con pluriennale esperienza”.

In primo luogo, chi si appresta a inserire la pappardella nel sito sappia che si tratta di informazioni di solito di scarso interesse per il visitatore, quindi non ha nessun senso rubare spazio prezioso in home page o attribuirle la prima voce di menù.

In secondo luogo, se proprio si vuole offrire un profilo aziendale più corposo di qualche riga informativa, si cerchi di renderlo interessante evitando le consunte espressioni usate da tutti e cercando, piuttosto, di utilizzare quello che ora è in voga chiamare lo “storytelling”.

Lo storytelling nella comunicazione aziendale è utilizzato per coinvolgere il lettore o il navigatore con una narrazione che si appella alle emozioni più che alla razionalità.

Il nuovo profilo aziendale dovrà, quindi, trasmettere il sogno degli inizi, il fervore con il quale si è intrapresa l’attività, la determinazione nel superare gli ostacoli, le soddisfazioni ottenute. In questo modo si favorisce il processo di identificazione in chi sta leggendo, che tenderà a fidarsi maggiormente e, di conseguenza, ad essere più propenso all’acquisto.

Transcendence

Avatar
Portrait of the Writer as a Transcendent

Senza rovinare il godimento del film a chi non l’ha ancora visto, vorrei parlare dell’attualità di alcuni aspetti del progresso tecnologico trattati nella narrazione di Transcendence, film di fantascienza (ma poi non così fanta-) sulle frontiere dell’intelligenza artificiale.

Le nuove conquiste e le nuove possibilità che si susseguono in modo estremamente rapido in Internet trovano da un lato entusiasti sostenitori (in particolar modo chi vi intravede ottime possibilità di guadagno), ma dall’altro cominciano a suscitare qualche inquietudine.

Molto comode, ma, appunto, leggermente inquietanti, per esempio, le App Google Now e My Answers: la prima ti fornisce delle risposte prima ancora che tu ponga la domanda (creepy!), in base alla storia delle tue ricerche ed alla posizione geografica in cui ti trovi; la seconda incrocia i dati di Gmail, Google Calendar, Google + e Google Drive per fornirti rapidamente tutte le informazioni relative, per esempio, alla vacanza che stai trascorrendo.

Oggi non c’è attività che facciamo online che non lasci traccia e tutti questi pezzetti d’informazioni che seminiamo qui e là possono essere raccolti e formare un profilo personale molto preciso. Come sempre, il punto non è la nocività dello strumento, ma la correttezza e gli intenti di chi lo utilizza.

Che fare? Posto che indietro non si torna, bisogna vedere se è possibile imporre delle regole sulla raccolta e l’utilizzo dei dati o se informare gli utenti dei rischi sempre maggiori connessi all’utilizzo della Rete e delle precauzioni che si possono prendere.

Sempre attuali le regole di buona scrittura di Eco

Umberto EcoQuel che segue compare da tempo in diversi luoghi del Web, ma, trattandosi di regolette utili e argutamente scritte, ho pensato di riproporle anche qui.

Si tratta di un brano tratto dalla raccolta di “bustine” di Eco, pubblicate per un certo periodo sull’ultima pagina de L’Espresso.

Da U. Eco, La Bustina di Minerva, Bompiani, 2000

Ho trovato in internet una serie di istruzioni su come scrivere bene.
Le faccio mie, con qualche variazione, perché penso che possano essere utili a molti, specie a coloro che frequentano le scuole di scrittura.
1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
9. Non generalizzare mai.
10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu.”
12. I paragoni sono come le frasi fatte.
13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
15. Sii sempre più o meno specifico.
16. L’iperbole è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
19. Metti, le virgole, al posto giusto.
20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
21. Se non trovi l’espressione italiana adatta non ricorrere mai all’espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
23. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe — o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento — affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
26. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo,l’autore del 5 maggio.
31. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
32. Cura puntiliosamente l’ortograffia.
33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34. Non andare troppo sovente a capo.
Almeno, non quando non serve.
35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
36. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
38. Non indulgere ad arcaismi, hapax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differenza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva – ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica – eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40. Una frase compiuta deve avere.

Stop al guest blogging

TastieraCos’è, in breve, il guest blogging? Si tratta di articoli postati su blog non propri, che portano all’ospitante il vantaggio di avere il proprio blog sempre aggiornato con nuovi contenuti e all’autore ospitato il beneficio di una maggiore visibilità sul Web insieme alla possibilità di inserire dei link diretti ad eventuali aziende clienti.

Sembrava che il guest blogging, evoluzione dell’article marketing, fosse la grande onda da cavalcare, ma un paio di giorni fa è arrivata la doccia gelata: Matt Cutts ha cinguettato

“Today we took action on a large guest blog network. A reminder about the spam risks of guest blogging: http://goo.gl/cnkoFA

Il link rimanda ad un suo post del 20 gennaio nel quale deprecava la piega “spammy” che ha preso il guest blogging e ne sanciva il definitivo declino, diffidando i Search Engine Optimizers dall’adottarlo quale strategia di link building.

Pare che i provvedimenti siano stati presi nei confronti di MyBlogGuest, che infatti è vertiginosamente precipitato nel ranking, e probabilmente anche nei confronti dei singoli pubblicisti ospiti.

Che significa tutto ciò? Che non bisogna pensare di poter gabbare il grande G per scalare il ranking calpestando le regole di qualità.

Sdraiati e popolari

Gli sdraiati

Nel suo spassoso e nel contempo sociologicamente acuto libro, Gli sdraiati, Michele Serra descrive bene l’idolatria di sé officiata da molti giovani, riassunta nell’unico comandamento “Tutto quello che conta è Io”.

Questa asserzione autocelebrativa, tuttavia, spesso non è sostenuta da un robusto piedistallo di self-confidence, ma poggia sul terreno friabile dello specchio del gruppo. Basta un commento acido postato sul social per minare seriamente quell’autostima che sembrava incrollabile.

Attraverso il consumo televisivo, abbiamo importato non solo Halloween dagli Stati Uniti, ma anche gesti, atteggiamenti e categorie mentali. La divisione della popolazione scolastica in popular e loser è una stupida dicotomia che sta facendo breccia anche qui, anche se in maniera più sottile, e la cassa di risonanza del Web rende un commento, un’offesa, una presa in giro talmente umilianti da spingere molti, troppi, teenager al suicidio.

La misura del proprio valore è appesa alla capacità di cogliere e mutuare ciò che è considerato cool al momento, dall’indumento all’accessorio, dall’intercalare all’atteggiamento.

Quindi mentre da un lato, come ben descrive Serra, tanti ragazzi (non tutti, per fortuna) paiono vivere nel più totale disinteresse per tutto ciò che è altro da loro, nell’unica preoccupazione di uniformarsi al prototipo di popular in voga, dall’altro allargano immensamente l’orizzonte della propria fragilità, perché non è poi così facile essere sempre “giusti”, ci vuole in primo luogo il denaro (e se non basta la paghetta, ogni mezzo è buono…) per acquistare vestiario, smartphone, ricariche, e, in secondo luogo, tempo, per curare la propria immagine sociale in Rete e non essere tagliati fuori dal gruppo di riferimento.

Leggibilità e ranking

search engine readibilityNel post del 20 gennaio su SEJ Holly Hartzenberg sottolinea l’importanza di non farsi condizionare, per i curatori di contenuti Web, dagli esiti dei test di leggibilità forniti da vari strumenti online.

La leggibilità, insieme a grammatica ed ortografia, di un testo pubblicato online pare sia una delle caratteristiche che Google prende in considerazione nell’assegnazione del rank; tuttavia, i criteri seguiti dagli strumenti di “misurazione di leggibilità” sono meramente quantitativi (premiano il minor numero di parole per frase e il minor numero di sillabe per parola) e, per quanto la sintesi sia una delle caratteristiche più apprezzabili in un testo online, non sempre sono sufficienti a descrivere la disponibilità con la quale un contenuto si presta alla lettura.

Questa limitata aderenza alla reale fruibilità di un testo vale ancor più per la lingua italiana, che annovera una nutrita presenza (forse la maggioranza?) di parole di più di due sillabe e che predilige frasi articolate piuttosto che secche.

L’indicazione finale per il webwriter è quella di scrivere per gli esseri umani e non per i motori di ricerca:

“In un mondo Hummingbird, è molto più importante fornire un’esperienza di qualità, coinvolgente e adatta al pubblico di riferimento.”

Una vita simulata

illusione di vitaRoberto Cotroneo, nell’articolo Il principio di piacere scrive

I social non funzionano quando si passa dal virtuale alla realtà, non sono il punto di partenza di una nuova socialità, più rapida, più efficace, capace di arrivare con più facilità a chiunque, e quindi in grado di ottenere risultati. Non si leggono più libri se si sta sui social, non si diventa più creativi (…). I social non sono uno strumento per accrescere il livello culturale delle persone.

Sono d’accordo: i social non sono un punto di partenza, ma una stazione intermedia per chi sia già sul treno. Se ho già amici, interessi, bisogni informativi, allora il Web potrà essere uno strumento utilissimo; se, invece, le reti sociali su Internet sono un fine e non un mezzo, esse divengono un sostitutivo della realtà, piacevoli ed eccitanti quanto inconsistenti, e financo pericolose, sul piano reale.